L'architetto Gino Zavanella ha scritto un libro in cui parla del modo in cui a suo parere vadano costruiti gli stadi, ossia ponendo al centro l'uomo spettatore, tentando di rendere possibile che l'avvenimento sportivo sia un momento di elevazione spirituale per coloro che vi assistono. Questa sua posizione è messa da lui stesso in contrasto con l'attuale "lagerizzazione" degli stadi, che per la violenza che ivi spessissimo alberga, sono armai divenuti più simili a carceri o caserme. Insomma, come molti architetti è convinto che la corretta progettazione degli ambienti possa influenzare il comportamento umano e in linea di massima lo penso anche io, ma non nel caso della violenza negli stadi in occasione di partite di calcio.
I nostri stadi vengono utilizzati per ospitare manifestazioni sportive e musicali. Nei casi delle seconde di violenza non si parla mai. Certo qualche incidente a un concerto può sempre succedere, ma appunto di incidente si tratta, non certo di scontri fra gruppi organizzati che vanno allo stadio appositamente per cercfare lo scontro. Ed è questo che avviene nelle partite di calcio.
Ora, qualcuno potrebbe già notare che nelle numerose manifestazioni sportive che avvengono negli stadi (atletica, rugby, calcio) e nei palazzetti che, a parte la drandezza sono di struttura analoga, la violenza si verifica solamente nell'ambito delle manifestazioni calcistiche e che quindi la colpa di tutto ciò non può essere in nessun caso imputata al modo in cui gli stadi sono progettati. Se nello stesso stadio, avvengono sia partite di calcio che di rugby e se le violenze avvengono solo nel caso del calcio la colpa sarà evidentemente di questo sport. E invece no. O meglio, non del calcio in sé.
Le manifestazioni che avvengono negli stadi, sono composte da due elementi principali: il pubblico e gli attori. Questi ultimi agiscono in contesti semplici, molteplici o duplici e il pubblico prende forma di conseguenza.
Nel primo caso abbiamo le esibizioni, come i concerti o gli spettacoli come ad esempio le cerimonie di apertura delle olimpiadi. In questo caso abbiamo un unico attore, anche se complesso e un pubblico che assiste alla sua azione. Il singolo componente del pubblico può personalmente apprezzare o meno l'esibizione, ma nel suo insieme il pubblico rimarrà compatto. Al massimo ci saranno cenni di dissenso con l'attore, ma il rapporto rimane tra quest'ultimo e il pubblico.
Nel secondo caso abbiamo le gare, come quelle di atletica o di ciclismo su pista. Qui abbiamo una situazione in cui gli attori gareggiano in un susseguirsi di eventi slegati fra loro, all'interno di ognno dei quali ciascun atleta concorre contro tutti gli altri, creando quindi una molteplicità che si riflette sul pubblico frazionandolo fra chi predilige il tale atleta, chi la tale specialità, chi parteggia per la competizione in generale, chi si annoia e via dicendo. Per questa ragione il pubblico è talmente frazionato da essere una massa quasi informe. Non c'è più come nel caso delle esibizioni un rapporto fra attore e pubblico, ma una miriade di rapporti particolari che si perdono nel caos generale.
Il terzo caso è invece quello degli sport di squadra. In questi sport abbiamo appunto due attori, le squadre, che competono tra loro per la vittoria in un evento singolo. Tutto il pubblico quindi conviene per assistere a un unico evento, che vedrà la vittoria di un'attore o dell'altro, o in alcuni casi il pareggio. E' quindi ovvio che il pubblico si dividerà in due parti compatte, ognuna delle quali si identificherà con una delle due squadre. La rivalità fra gli attori si riflette quindi sul pubblico e se gli sport di squadra non sono altro che semplificazioni della guerra, dove l'obbiettivo è la conquista del campo avversario, niente di più facile che tale guerra si riproponga sugli spalti.
A questo punto però si ritorna al punto di prima. Fra tutte le manifestazioni sportive a squadre, è col calcio che di gran lunga si assiste a episodi di violenza. Ma questo non dipende dallo sport. La ragione sta solamente nel fatto che si tratta dello sport magguiormente seguito e nel quale ci si identifica in misura maggiore. Gli scontri e la violenza non sono altro che l'estremizzazione degli stessi fenomeni che si verificano a una partita di pallacanestro o pallavolo: esultanze, cori, sfottò. Nel calcio tutto ciò avviene amplificato alla massima potenza e non ci vuole molto a capire che il coro di incitamento, il coro di irrisione, il coro insultante e la rissa a bottigliate sono solamente quattro gradini diversi della stessa scala: la scala dello scontro. Se per qualche ragione il calcio perdesse di popolarità a discapito del rugby o della pallacanestro, le risse fra ultrà si vedrebbero alle partite di questi sport e magari il calcio diverrebbe uno sport di sano e maschio agonismo come il rugby è oggi.
Per tornare al punto di partenza quindi, nonostante le buone intenzioni di Zavanella, perché la classica (e inesistente) famigliola possa andare felice allo stadio senza pericolo per i pargoli, occorre che questa vada a vedere un bel concerto o un meeting di atletica. Nel caso dello sport di squadra più popolare del momento, non c'è architettura che tenga; la tensione e gli scontri ci saranno sempre.
lunedì 1 febbraio 2010
mercoledì 27 gennaio 2010
Lingue Straniere
Fra le tante cose che non riesco a capire del modo in cui funziona la lingua italiana, c'è la questione della pronuncia dei nomi stranieri. Ora, tutti sanno che alcune lingue straniere, per ovvie ragioni linguistiche, storiche e culturali, sono più o meno familiari di altre.
Riguardo a quelle più familiari, come l'inglese, il francese, lo spagnolo e il tedesco, la prassi comune in Italia è quella di pronunciarne i nomi nella maniera più aderente possibile al modo originale. Certo, anche chi conosce perfettamente la lingua in questione, onde evitare un fastidiosissimo effetto di superbia e affettazione, difficilmente parlando in italiano pronuncerà il nome come se stesse parlando ad esempio in inglese, ma comunque tenterà di avvicinarsi il più possibile alla pronuncia corretta.
Per quanto riguarda le lingue più esotiche, in genere si tende ad allineare la pronuncia secondo gli standard internazionali originati dalla grafia o dalla traslitterazione e diffusi dal giornalismo. A volte, come ad esempio avviene per i nomi cinesi o quelli turchi, ci si allontana anche di molto dal suono originale, ma la cosa però ampiamente comprensibile per via del fatto che la pronuncia originale è assai raramente conosciuta e colori i quali pronunciano erroneamente i nomi esotici lo fanno in modo inconsapevole e sono in genere dispostissimi a correggersi una volta conosciuta la pronuncia corretta.
L'approccio degli italiani quindi, che si tratti di nomi provenienti da lingue familiari o esotiche è il medesimo: si cerca di pronunciarli nel modo in cui si pronuncia nella lingua del paese di provenienza, compatibilmente con le proprie conoscenze della lingua (e di quelle degli interlocutori) e con la fonologia della lingua italiana.
Con la vastità che il fenomeno migratorio ha avuto nei secoli, capita con grandissima frequenza di avere a che fare nomi provenienti in origine da un determinato paese, ma che appartengono a persone che parlano una lingua differente da quella del paese in questione. Abbiamo ad esempio brasiliani madrelingua portoghese che portano un cognome tedesco, americani madrelingua inglese con un cognome polacco, madrelingua francesi con cognome nome africano e via dicendo. Ebbene qui l'atteggiamento italiano si trova di fronte a un dilemma: occorre pronunciare i cognomi in questione conformemente alle regole della lingua di origine o invece secondo i criteri della lingua parlata da chi tale cognome si porta appresso? La risposta che generalmente la lingua italiana dà, a patto di conoscere l'origine del cognome, è la prima.
Infatti. quando un cognome viene riconosciuto come tedesco, lo si pronuncia alla tedesca anche se appartiene a un americano, come ad esempio quello dell'attore Harvey Keitel che viene normalmente pronunciato “Kaitel” anziché “Kitel”, come lo pronunciano gli americani e probabilmente anche lui stesso. Capita spesso che la cosa non si verifichi, ma di solito la cosa è dovuta all'ignoranza della provenienza originaria e non a una volontà precisa. Trovo pertanto che in generale di fronte a questo problema, a meno che non si sia cristallizzato un uso differente, gli italiani si comportino adottando il criterio filologico. Certo si tratta di un criterio discutibile finché si vuole, ma è pur sempre un criterio che se applicato con coerenza ha la sua ragion d'essere, ed è coerentemente applicato anche quando si ha a che fare con italiani che portano un cognome straniero.
Decisamente schizofrenico è invece il trattamento che nel nostro paese si riserva ai cognomi dei moltissimi oriundi italiani sparsi per il mondo. Se infatti il cognome delle numerose personalità italoamericane viene sempre pronunciato all'italiana, quando si ha a che fare con un francese di origine italiana ecco che il cognome acquista l'accento sulla sillaba finale ed abbiamo i vari Michel Piccolì, Jean-Paul Belmondò etc. Lo stesso accade ultimamente anche per gli oriundi italiani in Sudamerica, con effetti a mio avviso decisamente comici: nelle telecronache calcistiche infatti Javier Zanetti essendo argentino diventa “Sanetti”, mentre l'omonimo Cristiano, suo ex compagno di squadra e pertanto spesso nominato nel medesimo contesto, in virtù della sua cittadinanza italiana può conservare la Z.
Questo comportamento quindi rappresenta un'eccezione al criterio filologico, ed è inoltre un'eccezione incoerente in sé stessa, perché non si applica verso i cognomi di origine italiana provenienti da qualsiasi paese estero, ma solo in alcuni casi.
La ragione di tutto ciò mi è del tutto oscura. Vista l'incoerenza interna all'eccezione, non può reggere la consueta accusa di esterofilia, perché altrimenti non continueremmo a chiamare Stallone il buon Sylvester, ma come gli americani diremmo “Stallòun”, eppure qualche ragione ci deve essere. Insomma, questo articolo non sviluppa una tesi ma si ferma prima, evidenziando un dubbio e ponendo un problema.
Riguardo a quelle più familiari, come l'inglese, il francese, lo spagnolo e il tedesco, la prassi comune in Italia è quella di pronunciarne i nomi nella maniera più aderente possibile al modo originale. Certo, anche chi conosce perfettamente la lingua in questione, onde evitare un fastidiosissimo effetto di superbia e affettazione, difficilmente parlando in italiano pronuncerà il nome come se stesse parlando ad esempio in inglese, ma comunque tenterà di avvicinarsi il più possibile alla pronuncia corretta.
Per quanto riguarda le lingue più esotiche, in genere si tende ad allineare la pronuncia secondo gli standard internazionali originati dalla grafia o dalla traslitterazione e diffusi dal giornalismo. A volte, come ad esempio avviene per i nomi cinesi o quelli turchi, ci si allontana anche di molto dal suono originale, ma la cosa però ampiamente comprensibile per via del fatto che la pronuncia originale è assai raramente conosciuta e colori i quali pronunciano erroneamente i nomi esotici lo fanno in modo inconsapevole e sono in genere dispostissimi a correggersi una volta conosciuta la pronuncia corretta.
L'approccio degli italiani quindi, che si tratti di nomi provenienti da lingue familiari o esotiche è il medesimo: si cerca di pronunciarli nel modo in cui si pronuncia nella lingua del paese di provenienza, compatibilmente con le proprie conoscenze della lingua (e di quelle degli interlocutori) e con la fonologia della lingua italiana.
Con la vastità che il fenomeno migratorio ha avuto nei secoli, capita con grandissima frequenza di avere a che fare nomi provenienti in origine da un determinato paese, ma che appartengono a persone che parlano una lingua differente da quella del paese in questione. Abbiamo ad esempio brasiliani madrelingua portoghese che portano un cognome tedesco, americani madrelingua inglese con un cognome polacco, madrelingua francesi con cognome nome africano e via dicendo. Ebbene qui l'atteggiamento italiano si trova di fronte a un dilemma: occorre pronunciare i cognomi in questione conformemente alle regole della lingua di origine o invece secondo i criteri della lingua parlata da chi tale cognome si porta appresso? La risposta che generalmente la lingua italiana dà, a patto di conoscere l'origine del cognome, è la prima.
Infatti. quando un cognome viene riconosciuto come tedesco, lo si pronuncia alla tedesca anche se appartiene a un americano, come ad esempio quello dell'attore Harvey Keitel che viene normalmente pronunciato “Kaitel” anziché “Kitel”, come lo pronunciano gli americani e probabilmente anche lui stesso. Capita spesso che la cosa non si verifichi, ma di solito la cosa è dovuta all'ignoranza della provenienza originaria e non a una volontà precisa. Trovo pertanto che in generale di fronte a questo problema, a meno che non si sia cristallizzato un uso differente, gli italiani si comportino adottando il criterio filologico. Certo si tratta di un criterio discutibile finché si vuole, ma è pur sempre un criterio che se applicato con coerenza ha la sua ragion d'essere, ed è coerentemente applicato anche quando si ha a che fare con italiani che portano un cognome straniero.
Decisamente schizofrenico è invece il trattamento che nel nostro paese si riserva ai cognomi dei moltissimi oriundi italiani sparsi per il mondo. Se infatti il cognome delle numerose personalità italoamericane viene sempre pronunciato all'italiana, quando si ha a che fare con un francese di origine italiana ecco che il cognome acquista l'accento sulla sillaba finale ed abbiamo i vari Michel Piccolì, Jean-Paul Belmondò etc. Lo stesso accade ultimamente anche per gli oriundi italiani in Sudamerica, con effetti a mio avviso decisamente comici: nelle telecronache calcistiche infatti Javier Zanetti essendo argentino diventa “Sanetti”, mentre l'omonimo Cristiano, suo ex compagno di squadra e pertanto spesso nominato nel medesimo contesto, in virtù della sua cittadinanza italiana può conservare la Z.
Questo comportamento quindi rappresenta un'eccezione al criterio filologico, ed è inoltre un'eccezione incoerente in sé stessa, perché non si applica verso i cognomi di origine italiana provenienti da qualsiasi paese estero, ma solo in alcuni casi.
La ragione di tutto ciò mi è del tutto oscura. Vista l'incoerenza interna all'eccezione, non può reggere la consueta accusa di esterofilia, perché altrimenti non continueremmo a chiamare Stallone il buon Sylvester, ma come gli americani diremmo “Stallòun”, eppure qualche ragione ci deve essere. Insomma, questo articolo non sviluppa una tesi ma si ferma prima, evidenziando un dubbio e ponendo un problema.
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